Cesare Pavese, narratore e poeta, nasce a S. Stefano Belbo nel 1908. La famiglia, di origine contadina, vive dapprima in provincia, poi alla morte del capofamiglia, si trasferisce a Torino, dove Cesare cresce e studia. Al liceo Massimo D’Azeglio subisce l’influenza di un suo professore, Augusto Monti, crociano e scrittore antifascista. Nel 1925 conosce e s’innamora di una ballerina, dalla quale avrà la prima delusione d’amore (evento narrato anche da De Gregori nella sua Alice). La passione per la scrittura è precoce, scrive il racconto autobiografico Lotte di giovani e traduce il Prometheus unbound di Shelley e le Odi di Orazio. Nel ’26 ottiene la maturità e si iscrive alla facoltà di lettere dell’Università di Torino, in cui si laurea nel ’30 con una tesi su Walt Whitman.
Nel frattempo inizia a collaborare con l’editore Bemporad per tradurre romanzi statunitensi e nel 1932, comincia ad insegnare in scuole private e serali, sempre continuando con la scrittura di saggi sulla letteratura americana. In questo periodo conosce Tina Pizzardo, comunista e insegnante di matematica, di cui si innamora.
Nel 1933 Giulio Einaudi fonda la casa editrice omonima e rileva la rivista «La Cultura», tuttavia viene arrestato dopo poco e Pavese subentra nella direzione della rivista, soppressa poi dal Governo Fascista nel ’35. Nel luglio accetta di iscriversi al Partito nazionale fascista, per poter continuare ad insegnare. Per tutti gli anni Trenta e anche in seguito continua il suo impegno con la letteratura americana: pubblica saggi su Faulkner e Lewis e traduce il Dedalus di Joyce.
Nel 1935 è arrestato in qualità di direttore della Cultura anche perché messaggero di alcune lettere cifrate del pittore Maffi alla Pizzardo, soggetto di indagini della polizia. Rimane in prigione fino al 1936, quando rientra a Torino grazie ad un condono. Nello stesso periodo, scoperto il fidanzamento della Pizzardo, entra in depressione e lo racconta nei suoi diari.
Nel ’37 scrive i racconti: Temporale d’estate, Carogne, L’idolo; alcuni versi per Lavorare stanca e compie ulteriori traduzioni, l’anno dopo è assunto in Einaudi e inizia a scrivere il suo primo romanzo, Memorie di due stagioni (con titolo definitivo, Il carcere). Nel 1939 pubblica Paesi tuoi, romanzo-esordio, che risente molto dei modelli americani e La spiaggia.
A inizio anni Quaranta, rivede Fernanda Pivano, già sua studentessa al D’Azeglio, e innamoratosi di lei, le chiede di sposarlo. Ottiene l’ennesimo rifiuto e ciononostante le dedica delle liriche. Nel ’43 si reca a Roma a dirigere la sede Einaudi, la quale viene posta ben presto sotto controllo dell’Rsi, portando la maggior parte dei suoi colleghi e amici ad essere assoldati nella Resistenza. Decide per cui di andare dalla sorella nel Monferrato, dove dà lezioni private agli studenti sotto falso nome in un collegio. Qui si avvicina alla religione attraverso letture mistiche e filosofiche. Si scopre allo stesso tempo anche comunista e aderisce al Partito.
Dopo la fine della guerra riprende l’impiego con la Einaudi e continua con l’assiduo lavoro letterario. Con Ernesto De Martino, inizia una collaborazione di etnologia, psicologia, storia delle religioni sfociata nella collana viola, nel frattempo, collabora anche con «l’Unità». A Roma conosce Bianca Garufi, per cui scrive le poesie di La terra e la morte.
Nel 1945 esce Feria d’agosto e si butta a capofitto nella scrittura mitica con Dialoghi con Leucò, che termina due anni dopo. È ancora vivo l’impegno di saggistica e traduzione anglo-americana. L’anno dopo pubblica La casa in collina e traduce la Teogonia di Esiodo. Di poco successivo è La bella estate, mentre l’ultimo romanzo, La luna e i falò, esce per Einaudi nel 1950.
Nel 1949 l’impegno lavorativo provoca un esaurimento al poeta, al quale si aggiunge la folgorazione per Constance Dowling, “Connie”, che tenta di sposare. Purtroppo il ritorno in patria dell’americana gli spezza per l’ultima volta il cuore. Il 1950 vede Pavese far parte della redazione di «Cultura e realtà», in cui pubblica un saggio sul mito e una risposta polemica a Franco Fortini. Pavese continua con la scrittura di poesie, tra cui Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, dedicata a Connie. A giugno riceve a Roma il premio Strega per La bella estate. Al contrario del titolo che gli procura il premio, l’ultima estate che attraversa è, per Pavese, disperante ed avvilente. Il 26 agosto 1950, infatti, nell’albergo Roma di Torino, dopo alcune telefonate alla Pivano e ad un’altra ragazza, si toglie la vita con un sonnifero.