Dino Campana, poeta, dall’indole inquieta e irregolare, nasce nel 1885 a Marradi in Toscana. Figlio di un maestro elementare, mostra sin da bambino una profonda sensibilità e un carattere nervoso.
Anche gli studi di chimica che compie all’Università di Bologna dal 1903 non gli danno modo di conformarsi e a adattarsi alla normalità, difatti abbandona solo dopo un anno trasferendosi all’Istituto superiore di Firenze. Purtroppo non riesce ad ottenere la laurea, poiché dal 1905 iniziano i frequenti internamenti per alienazione mentale presso gli ospedali psichiatrici di Imola.
Nel 1907 viene dimesso grazie al padre ed inizia un lungo periodo di vagabondaggio in Italia settentrionale, Svizzera, Francia, Argentina, Toscana, indossando i panni del poeta maudit avventuroso e selvaggio.
Nel 1909 è in Belgio, dove sconta due mesi in carcere, e poi è internato nel manicomio di Tournay per un breve periodo. Ritornato in Italia, è di nuovo recluso in una clinica psichiatrica di Firenze, dalla quale ne esce però più sereno. Si avvicina in questo periodo agli ambienti fiorentini d’avanguardia, i circoli della «Voce» e di «Lacerba», dove conosce Soffici e Papini ed inizia un’intensa, tumultuosa e breve relazione d’amore con la poetessa Sibilla Aleramo.
Nel 1912 tenta di riprendere gli studi universitari, nel mentre scrive i Canti orfici che dà alle stampe nel 1914 anche per mezzo di una colletta degli amici fiorentini presso il tipografo Ravagli di Marradi.
Gli ultimi anni li trascorre in giro per l’Italia a vendere copie del suo libro nei caffè e nelle osterie. Prova anche ad arruolarsi durante la Prima Guerra Mondiale, ma le sue condizioni peggiorano sempre più, fino al ricovero definitivo del 1918 presso l’ospedale psichiatrico di Castel Pulci presso Firenze. È lì che trascorre il resto della sua vita fino al 1932.
I Canti orfici, con quali bisogna anche considerare i taccuini dei testi precedenti e paralleli, sono una raccolta di versi e prose liriche e uno dei risultati più particolari della poesia italiana del Novecento. La sua produzione ha avuto un grande influsso sulle generazioni successive, gli ermetici e le generazioni formatesi dopo gli anni Sessanta.
Nei Canti si ravvedono delle tematiche decadentiste, futuristiche e dei modi carducciani e d’annunziani. Includono una miriade di figure e di simboli, che ricordano spesso Rimbaud e Baudelaire: il sangue, il sesso, la morte, la chimera, le matrone e le adolescenti ambigue. Il ritmo dei versi è spezzato, affannoso, ripetitivo e ossessivo.