Gabriele D’Annunzio – scrittore, drammaturgo, poeta “vate” – è il principale esponente italiano del Decadentismo. Personalità controversa, esteta e “superuomo” dal forte sentimento patriottico, è stato tra i protagonisti del primo Novecento italiano e della Grande Guerra.
Nasce a Pescara nel 1863, dove trascorre un’infanzia serena e frequenta la scuola. Nel 1881 si iscrive all’Università di Roma e pubblica Canto novo e Terra vergine, che lo consacrano poeta. A Roma inizia a distinguersi anche per la mondanità, i duelli, gli amori e le avventure, comunque il periodo romano si dimostra essenziale per la formazione dello scrittore.
Sposa nel 1883 la duchessa Maria Hardouin, dalla quale ha tre figli, e si stabilisce in Abruzzo. L’anno dopo torna a Roma e inizia a collaborare con la «Tribuna» e poi con «Cronaca Bizantina». Nel 1889 scrive Il Piacere, in cui si riflettono molte delle sue avventure erotiche e mondane e il gusto estetico. Il periodo romano si conclude con il volontariato di un anno nel servizio militare ad Alessandria.
Nel 1891 si trasferisce a Napoli come redattore del «Mattino», diretto da Scarfoglio, pubblica L’Innocente, Giovanni Episcopo, le Odi navali presso l’editore Bideri. A Napoli si invaghisce di Maria Gravina dalla quale ha una figlia e poco dopo viene condannato per adulterio. Di questi anni, è Il trionfo della morte e i primi interessi per il superuomo nietzschiano. Il biennio successivo è caratterizzato dalla svolta verso il superuomo con Le vergini delle rocce e dalla drammaturgia.
A Venezia inizia l’amore con la Duse, durato fino al 1904, al quale è legato il romanzo Il fuoco. Nel 1887 ha un altro figlio da Maria Gravina e cade da cavallo, decide allora di dedicarsi alla tragedia, La città morta, presentata a Parigi con grande successo e a Roma con scarso. Dal 1899 al 1903 produce L’Alcyone (La pioggia nel pineto) e La figlia di Iorio.
Nel 1909 compie il primo volo a cui è legato il romanzo Forse che sì forse che no. Nel ’10 si trasferisce a Parigi, dove ha inizio l’“esilio”. La campagna di Libia dell’11 riaccende il suo spirito patriottico e dà voce a tendenze imperialiste ed espansionistiche.
Nel 1914 stende il soggetto del film Cabiria nel mentre scoppia la Prima guerra mondiale, per la quale si dichiara interventista, anche in pubblica piazza, incoraggiando con declamazioni e discorsi propagandistici l’entrata in guerra. Nel ’17 come volontario prende anch’egli parte in azioni marittime, terrestri e aeree, che gli costano anche un occhio. Si dimette dall’esercito con l’articolo Disobbedisco e decide con un colpo di mano, la “Marcia di Ronchi” (con l’aiuto di Mussolini), di annettere la città di Fiume all’Italia e diviene autocrate della città.
Giolitti però nel 1920 lo esautora dei poteri di Comandante e Fiume viene concessa alla Jugoslavia. Il vate si rifugia a Venezia, in una villa che trasforma con il suo gusto collezionistico e fastoso e che chiama Il Vittoriale. Qui continua a dedicarsi alla politica, ricevendo ministri e declamando discorsi.
Nel mentre esplode il Fascismo, ma il poeta non dà pienamente la sua adesione e anzi con Mussolini nascono dei dissapori. Da D’Annunzio il Fascismo eredita il simbolismo rituale e celebrativo e dei modi di dire, e il poeta accoglie entusiasticamente alcune iniziative, tra cui la campagna di Etiopia.
Nel 1924 per l’azione di Fiume riceve il titolo di principe di Monte Nevoso, due anni dopo diviene generale dell’aviazione. Nascono due Istituti nazionali per l’edizione delle sue opere e del teatro, nel ’37 è nominato presidente dell’Accademia di Italia, nonostante la sua salute aggravata non gli permetta di ufficiare l’incarico. Si spegne infatti nel 37 nel Vittoriale.