Giacomo
LEOPARDI

album-art
00:00

Giacomo Leopardi è tra i massimi scrittori del XIX secolo, poeta del pessimismo, che fa dell’infelicità dell’essere umano il tema centrale della sua opera. Da ricordare lo Zibaldone di pensieri; gli Idilli, tra cui Alla sera e l’Infinito; l’Epistolario; le Operette morali; i Canti pisano recanatesi, con i famosi A Silvia, Il passero solitario, La quiete dopo la tempesta (…), tra le opere più importanti, conosciute e studiate da generazioni.

Leopardi nasce a Recanati nel 1798 da una famiglia di nobili origini. Il padre, conservatore e severo, è il conte Monaldo, la madre è la marchesa Adelaide, donna infelice e anaffettiva con il piccolo Giacomo. Nonostante i genitori distanti e il luogo, retrivo e ignorante (anche se di questo ne salva il paesaggio naturale come sfondo di molte sue opere), Leopardi trascorre un’infanzia serena, in compagnia dei fratelli e nella biblioteca paterna. Scoperta la grande capacità di Giacomo, il padre stesso ne incoraggia le ambizioni con precettori privati.

Comincia il periodo di «studio matto e disperatissimo», in cui si dedica a latino, greco, ebraico e alla filologia in genere, a undici anni traduce il I libro delle Odi di Orazio e a quattordici scrive due tragedie, poi il Saggio sugli errori popolari degli antichi. Lo studio aggrava le sue condizioni fisiche e porta anche ad una crisi spirituale: matura un’infelicità nei confronti del mondo chiuso e rigido in cui vive e la necessità di evadere.

Conosce Pietro Giordani e si confronta con una vita diversa dalla sua. Organizza un’evasione, fallita sul nascere, che lo conduce ad uno stato ancora maggiore di insoddisfazione e infelicità. Dal borgo si allontana più tardi con il consenso dei genitori per un soggiorno di cinque mesi a Roma, dove entra in contatto con studiosi stranieri e compone le prime Operette morali. Nel 1825 si stabilisce a Milano stipendiato dall’editore Stella. Un anno dopo si sposta a Bologna, poi a Firenze e a Pisa.

Nel 1828, terminato l’aiuto di Stella, torna a Recanati. Pietro Colletta gli propone per un anno, un compenso suo e di altri collaboratori dell’Antologia e del Viesseux con cui era entrato in contatto e torna nel 1830 a Firenze. Qui sono importanti due episodi: la conoscenza e l’amore disilluso per Fanny Targioni Tozzetti e l’amicizia con Antonio Ranieri, col quale soggiorna a Roma, Firenze e Napoli. Il clima di Napoli, assieme al rapporto con Ranieri, giova alla sua debole salute, ormai aggravata così tanto da portarlo alla morte nel 1837 per un attacco di asma.