Giovan Battista
MARINO

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Giovan Battista Marino è riconosciuto come il più importante esponente italiano del Barocco in poesia.

Nasce nel 1569 a Milano, il padre, avvocato, lo sprona a studiare diritto, ma con scarso successo. Cacciato di casa per la sua vita sregolata si ritrova a vagabondare per tre anni, trova poi protezione presso dei nobili, nelle quali si diffonde presto la fama di poeta volgare. Nel ’92 è ospite di Matteo di Capua, che diviene suo mecenate, e per il quale Marino svolge il ruolo di segretario.

Viene arrestato una prima volta nel 1598 per immoralità e nel 1600 una seconda per aver falsificato delle bolle vescovili. Uscito dal carcere si reca a Roma, poi a Venezia dove incontra un ambiente affine al suo gusto poetico e dà alle stampe le Rime.

Tornato a Roma partecipa all’Accademia degli Umoristi e nel 1604 entra in servizio del cardinale Aldobrandini. Lo segue a Roma e poi in altri spostamenti. Nel 1608 conosce Emanuele I, dopo essersi recato col cardinale a Torino. In quel periodo Gaspare Murtola, segretario nella corte sabauda, dopo un duello in versi col Marino gli spara dei colpi di pistola senza ferirlo.

Nel 1609 Marino viene insignito della croce di cavaliere dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e, dopo altre peregrinazioni a Modena, Genova, Parma e Ravenna, è chiamato alla corte di Torino con una pensione presso il duca. Tra l’11 e il ’12 viene carcerato per aver sparlato del duca e averlo deriso in versi satirici. Uscito di prigione, con pensione assottigliata resta a Torino altri tre anni.

Nel 1615 si trasferisce a Parigi presso Maria de’ Medici, alla quale dedica Il Tempio e stampa tra il 1620 e il 1623 La Sampogna e l’Adone. È un periodo molto sereno e florido per Marino, anche se una polemica letteraria lo oppone al collega Tommaso Stigliani e ad altri poeti affermati che lo accusano di furti letterari.

Tornato in Italia col cardinale Maurizio di Savoia è prima a Torino, poi a Roma, dove l’Adone attira l’attenzione della censura. Si trasferisce in seguito a Napoli, dove accetta la presidenza della Accademia degli Oziosi. Il 25 marzo 1625 muore a causa della stranguria, malattia che lo ha colpito sin dal periodo di Parigi. Prima di morire, per scongiurare il peccato, ordina di bruciare i suoi scritti lascivi e sentimentali.