Giovanni Pascoli nasce nel 1855 e vive in un periodo carico di eventi – l’Unità di Italia, il nazionalismo, l’età giolittiana – che ne influenzano pensiero e scrittura. Il poeta è tra i rappresentanti del Decadentismo italiano ed elabora una particolare poetica, il “fanciullino”: il bambino che vive in ognuno di noi e che ci permette di guardare alla vita con eterno stupore.
Pascoli è il quarto di dieci figli, nati da Ruggero e Caterina. Trascorre un’infanzia serena a San Mauro dove intraprende gli studi elementari, entrando poi nel ’62 nel collegio dei Padri Scolopi di Urbino assieme ai fratelli. Il 10 agosto del ’67, però, il padre muore in un agguato: evento che segna profondamente il piccolo Giovanni, incidendo sulla sua futura poetica e visione del mondo. L’anno dopo muoiono la sorella e la madre, per cui è costretto a lasciare Urbino e ad andare a Rimini dal fratello maggiore.
Diplomatosi vince una borsa di studio presso l’Università di Bologna e qui si trasferisce. Durante la carriera accademica aderisce all’ideale socialista, tiene comizi, scrive sul foglio rivoluzionario «Il Martello», partecipa a manifestazioni. È a causa di uno sciopero se gli viene tolto il sussidio e a causa di una manifestazione a favore di un anarchico se è successivamente anche arrestato.
Poco dopo perde il fratello maggiore Giacomo e conosce Severino Ferrari, discepolo del Carducci, che gli permette di pubblicare le sue prime poesie sul giornale da lui diretto. Riottenuta la borsa di studio si laurea in letteratura greca nel 1882. Di lì in poi inizia l’attività di insegnante di latino e greco, che dura fino alla sua morte e gli procura numerosi spostamenti: Matera; Massa, dove si trasferisce con le due sorelle uscite dal collegio; Livorno.
Nel 1890 pubblica Myricae, nel 1892 vince il premio al concorso di poesia latina di Amsterdam, per il quale è anche nominato Cavaliere della corona d’Italia ed entra in contatto con Gabriele D’Annunzio, che incontra nel 1894 a Roma. L’anno dopo è nominato professore universitario a Bologna e nello stesso anno la sorella Ida si sposa nonostante il suo disappunto e quello della sorella Maria, che vedono nell’atto un tradimento del “nido”, il nucleo superstite.
Gli anni successivi collabora alle riviste di fine Ottocento: «Convito» con i primi Poemi conviviali; «Marzocco» con i Pensieri sull’arte poetica, in cui appare la poetica del fanciullino. In questi anni scrive anche La ginestra e Il sabato. Nel 1897 viene nominato ordinario presso l’Università di Messina, dove si ammala di tifo assieme alla sorella. Si trasferisce poi a Pisa e in seguito a Bologna, prendendo il posto di Carducci nella cattedra di letteratura italiana.
In questo periodo lascia l’ideale socialista giovanile per un umanitarismo, influenzato dalle vicende storiche contemporanee. Nel 1903 sono pubblicati i Canti di Castelvecchio, nel 1909 si riaccende la possibilità, poi fallita, di un matrimonio con la vedova del Ferrari e incontra per l’ultima volta D’Annunzio. Nel 1906 escono Odi e inni, dedicati alla «giovine Italia». Muore nel 1912 per cirrosi epatica nella sua casa bolognese, accudito dalla sorella Maria.