Vittore
FIORE

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Vittore Fiore, poeta, giornalista e meridionalista, nasce «sui mari del tonno», più precisamente a Gallipoli nel 1920. I suoi genitori sono Maria Piccolo e lo scrittore e politico meridionalista, Tommaso Fiore, autore di Un popolo di formiche. A quindici anni si trasferisce ad Altamura, paese di origine del padre, dove assorbe tutte le idee paterne e diviene anch’egli antifascista e meridionalista.

Il Sud e il duro sfruttamento del popolo contadino – dei «cafoni» – già segnalato dal padre nei suoi scritti, divengono anche per Vittore, motivi di lotta e di denuncia. A causa del suo attivismo viene arrestato nel 1942 e mandato al confino a Camerino, viene poi rilasciato e nuovamente arrestato a Bari l’anno successivo. Il 28 luglio fugge dal carcere durante una sommossa, repressa con degli spari sulla folla che uccidono il fratello, Graziano, anche lui detenuto a Bari.

Fiore inizia un’attività clandestina, distribuendo in giro volantini di propaganda e fondando ad appena vent’anni «Il nuovo risorgimento», rivista politica e di storia del Mezzogiorno che dura fino al 1946. Partecipano con i loro scritti: Salvemini, Bodini, Flora, Muscetta, Calogero, Capitini, Bauer, Vittorini e Cazzichini. Inoltre, dirige il Movimento giovanile liberalsocialista, accostandosi poi al Partito d’Azione e al PSI.

Fiore si dedica all’attività saggistica e giornalistica: nel 1949 pubblica Strumenti della lotta meridionalista con l’editore Lacaita e scrive per il quotidiano barese «La voce». Trova poi impiego come cronista per la «Gazzetta del Mezzogiorno» e lo occupa per oltre mezzo secolo, senza però mai avere uno spazio proprio in giornale.

Fiore, oltre che attivista e giornalista, è anche uno scrittore e un fine poeta e nel 1954 pubblica la silloge in versi dedicata alla sua Gallipoli, Ero nato sui mari del tonno. Nel 1962 partecipa all’antologia di testimonianze, La generazione degli anni difficili, uscita per Laterza, a cura di Ettore Bertoni.

Dagli anni Sessanta dirige la rivista «Delta» e collabora con «Mondo» di Mario Pannunzio. Inoltre, lavora all’ufficio stampa della Fiera del Levante, fondando il periodico «Civiltà degli scambi». Nel 1989 pubblica il volume di saggistica, Dal cemento al cervello.

Nel 1993 esce Qualcosa di nuovo intorno e nel 1996 Io non avevo la tua fresca guancia. Trascorre gli ultimi anni in miseria, con ciò che gli resta dell’impiego da giornalista, costretto ad essere ospitato in una casa di riposo per anziani a spese del Comune di Capurso. Solo nel 1999, grazie a Norberto Bobbio, che ne riconosce i meriti culturali, riceve il vitalizio Bacchelli. Purtroppo, si spegne poco dopo.